la tentazione di abitare

2009 décembre 25
by Marta Orlando

10 assenza

 

« Dalle zone periferiche emanavano freschezza e forza, come in una perenne epoca di pionieri. Dal torpore dello sguardo ordinario, abituale, si è condotti allo spaesamento e, insieme, ad un nuovo sentimento della familiarità. Ad un guardare con occhi più attenti e, insieme, più stupiti, nell’assenza di codici conosciuti. Ogni osservazione ha bisogno di liberarsi dai codici familiari che porta con sé, ha bisogno di andare alla deriva in mezzo a tutto ciò che non capisce, per poter arrivare ad una foce, dove dovrà sentirsi smarrita. »

Gianni Celati, “Verso la foce”.

La scrittura letteraria offre, spesso, delle anticipazioni di ciò che i saperi disciplinari  scoprono  solo più tardi. La riflessione sui non luoghi e sulla condizione atopica in architettura ha avuto inizio, come si è detto, all’inizio degli anni ‘90, influenzata da autori come Augé, Virilio, Foucault, Baudrillard,. Ma, se ci rivolgiamo al romanzo, ad esempio, scopriamo che con diversi decenni di anticipo Vladimir Nabokov (in Lolita del 1955) ci presenta descrizioni straordinariamente acute ed anticipatrici della « terra incognita » e dei non-luoghi nordamericani. Da Nabokov, che può essere considerato, uno dei « pionieri » in assoluto, si diparte una genealogia di autori, tra loro molto diversi, che hanno « insegnato » a vedere la grande provincia americana con occhi diversi (genealogia che arriva fino a Jonathan Franzen, ed oltre). Si tratta di visioni diverse dell’atopico come figura dell’assenza e dell’incognito, verso la quale gli strumenti dell’osservazione e della comprensione si mostrano spesso inadeguati.

Concentrare lo sguardo sui paesaggi periferici significa, dal punto di vista disciplinare, mettere a fuoco anzitutto i caratteri visibili delle profonde mutazioni del territorio prodotte dalla dispersione insediativa. Di qui il tentativo di operare una descrizione delle nuove forme di tali paesaggi. Descrivere, da questo punto di vista, è – nel senso indicato da Italo Calvino – porre un « problema da risolvere », ossia tentare una esperienza conoscitiva che apra nuove prospettive operazionali. Ma è anche, come ci ha ricordato Georges Perec, « tentative d’épuisement », tentativo di esaurire un tema, di descriverne le componenti e le articolazioni. Nel nostro caso, in ciò che è stato definito in modi diversissimi e spesso contradditori (da « città diffusa » a « urban sprawl », da « rurbanisation » a « campagna urbanizzata »), la principale posta in gioco è cercare di leggere, interpretare – talvolta decifrare – tipologie, morfologie, aggregazioni che appaiono, ad un primo sguardo, prive di ogni logica.

È necessario, però, ribaltare il punto di osservazione. Occorre, cioè, una inversione metodologica nella posizione del problema: non sono, infatti, queste formazioni recenti ad essere prive in se stesse di una logica insediativa, ma è piuttosto la nostra difficoltà a leggerle, descriverle, interpretarle che ce la fa apparire come caotiche ed informi. La città tradizionale ci è apparsa come una entità stabile ed organizzata, con una precisa dinamica di formazione storica – ossia conoscibile – proprio grazie al fatto che la lettura di essa si è affinata sulla base di una metodologia consolidata nel tempo, grazie al contributo dei geografi urbani, degli storici, dei sociologi, degli economisti, degli urbanisti.

La difficoltà piu palese la si riscontra nel momento in cui ci si trova di fronte alla potenziale  o effettiva assenza di riferimenti.

E per riferimenti non si intendono solo quelli urbani, monumentali o culturali, quanto piuttosto a riferimenti metafisici .L’assenza è la declinazione di una perdita, una separazione, una deriva. Dalla realtà, dalla ragione e da sé stessi. E ha consistenza, il vuoto: abita, altera, invade, possiede, segna, infetta. Esiste per evocazioni di ombre, per sottrazioni.

Text and photo by Marta Orlando.

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