la tentazione di abitare

2010 janvier 1
by Marta Orlando

Pubblicazione1droit

Terzo paesaggio?

“Ma credo ancor sempre, e seriamente, non per gioco a differenza di allora, nella forza dei luoghi. Credo nei luoghi, non quelli grandi ma quelli piccoli, quelli sconosciuti, in terra straniera come in patria. Credo in quei luoghi, senza fama né risonanza, contraddistinti forse dal semplice fatto che là non c’è niente, mentre intorno c’è qualcosa dappertutto. Credo nella forza di quei luoghi, perché là non c’è più niente, e non ancora niente. Credo nelle oasi del vuoto, non in disparte, ma qua in mezzo alla pienezza. Sono certo che quei luoghi, pur se non fisicamente frequentati, si rifecondano sempre, già con la decisione di partire e con il senso del cammino. »

Peter Handke, L’Assenza.

Cosa succede nei vuoti, nei residui che l’intervento antropico lascia scoperti, negli spazi in attesa di una definizione, che forse probabilmente, non avverrà mai.

Possiamo considerare tutti i residui delle periferie in accezione positiva, è nostro dovere preservare queste riserve, lasciare che sia incompiuto un qualsivoglia progetto di risemantizzazione o riqualificazione urbana?

Il fascino che esercitano alcuni luoghi senza destinazione d’uso, il vuoto ed il senso di spaesamento è innegabile, per chi, per formazione o per vocazione è abituato ad andare oltre il bello immediato, ma siamo sicuri che il fascino del caos entropico, del non compiuto, sia di immediata leggibilità per tutti?

Per molti, che vivono in queste zone marginali e periferiche, il degrado è solo degrado.

Non si sceglie di vivere in un posto che vanta servizi inefficienti, che può fungere solo da dormitorio, in luoghi abbandonati dallo stato e dalle città, ci si vive e sopravvive proprio perche non c’è altra scelta, ed il degrado urbano influisce su quello sociale e viceversa. Un serpente che si morde la coda.

Più volte, durante sopralluoghi, passeggiate e photoscaping mi sono chiesta cosa significasse per me questa ricerca. Mi muove il tentativo di svelare la bellezza  nascosta da superfetazioni, da abusi edilizi, dal degrado materico di facciate corrose dagli inquinanti, mi commuove il tentativo di rendere vivibili selve fatte di plastica e di amianto, e quanto più i  luoghi sono inaccessibili ed inospitali più aumenta la mia voglia di andare oltre e di cercare i significati ultimi dell’abbandono e dell’abitabilità.

Il rischio più immediato è leggere la realtà secondo il proprio gusto, secondo la propria formazione, e di estetizzare la tragedia umana che si consuma in questi luoghi, il punto di partenza soggettivo non può certo essere la regola, per chi nasce, vive e muore in questi posti; è difficile spiegare ad un autoctono le suggestioni che emana lo scarto urbano in cui è costretto a vivere, così come è difficile dirgli che questi fenomeni si studiano e si ricercano allo stesso modo in cui si studiano palazzi reali e biblioteche medioevali.

Nel momento in cui si accetta questo rischio, e si tenta, con il proprio sguardo sulle cose di svelare ciò che ai più è invisibile, di frenare l’impatto emotivo di fronte alla tragedia, a vantaggio delle piccole cose, lontane dalle eccellenze architettoniche ed urbane.

Text and picture by Marta Orlando

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