la tentazione di abitare

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Esiste ancora, nelle periferie l’architettura anonima, un’architettura senza architetti, come la definisce Bernard Rudofsky, o quella delle funzioni quotidiane, proposta da Christopher Alexander, un’architettura improntata sul consumismo inconsapevole e senza forma, come emerge dalle fotografie di Dan Graham o nelle installazioni di Guillaume Bejl, quella che resiste nelle società agricole preindustriali, corpi stereometrici messi alla prova nel linguaggio di Aldo Rossi o Giorgio Grassi e nel nuovo minimalismo.
Di fatto, nessuna architettura può essere concepita come anonima nel momento in cui, perdendo la sua innocenza, è ancora riconoscibile la firma del progettista, oppure, quando manca questa, è la stessa vocazione d’uso che densifica il significato della forma, qualsiasi frequentazione del luogo o dell’edificio di per sé impedisce e dissolve l’anonimità.
L’episodio biblico della costruzione della torre di Babele è una metafora ancora efficiente, dopo la caduta della torre globale, accentratrice, gli uomini si dispersero sulla terra ed è così che è nato il concetto di locale, tante piccole torri cariche delle identità di popoli diversi tra loro sono nate ovunque, e continuano ad essere erette. Non poche città aspirano a diventare la Babele del terzo millennio, costruendo il grattacielo più alto, calcolando quanti abitanti nascono in un secondo, per competere, per distinguersi e per darsi un nome, la medesima aspirazione dei babelici della Genesi.
Gli edifici delle archistar prolificano ovunque, e fanno si che intere città subiscano l’invasione turistica e del mercato globale, è il caso, ad esempio del Guggenhaim di Bilbao di Gehry, una città fatta di porti, di pescatori, è diventata nel giro di pochi anni un polo turistico di rilievo planetario.
E quanto più cresce il prestigio di alcuni luoghi, più l’anonimato delle periferie è leggibile, il divario è incolmabile, eppure esiste e deve resistere una qualità dell’anonimato, una percezione di queste cartoline del nulla, del banale, negli edifici così come nella weltanshauung degli uomini , sono stati proprio i progetti anonimi a cambiare la vita all’uomo, si pensi anche a piccoli oggetti di uso quotidiano, come le graffette, come le cerniere lampo, il design di una lampadina, di una biro, delle pile stilo, dei chiodi, si potrebbe continuare all’infinito con questi elementi, che con il movimento dada hanno avuto il massimo del rilievo e della sublimazione, ma che fuori da questo contesto storico ed estetico non possono e non devono passare in secondo piano, nel quotidiano, rispetto al design firmato e di tendenza.
photo and text by Marta Orlando.
