la tentazione di abitare

“Lo spazio prende forma quando cominciamo a guardarci attorno”.
Lewis Baltz
Quando si pensa allo spazio si prendono in considerazione solo gli elementi che possono contenerlo.
Poiché lo spazio è invisibile, la preoccupazione dei progettisti verte solo sul suo opposto, l’oggetto fisico, e quindi l’architettura.
Ma lo spazio non è un concetto empirico, pertanto la sua rappresentazione non può nascere dal fenomeno esterno ma l’esperienza esterna è essa stessa possibile prima di ogni sua percezione e rappresentazione.
Quando non esistono contenitori in uno spazio vuoto, che definiscono alcuna vocazione d’uso è lo stesso vuoto che deve in qualche modo assoggettarsi una forma. E con la forma si sottende un significato, seppure embrionale, da attribuire al vuoto.
Le periferie sono dense di residui urbani ancora in attesa.
Sono lì sospesi, tesi sopra il tempo, e in maniera anarchica e disarticolata con l’intero contesto tendono ad essere qualcosa.
Un contenitore negativo, un’assenza presente.
Terreni incolti, abbandonati, improduttivi percepibili solo con la vista, rappresentano tutt’ora una riserva per le diversità botaniche, e saltuariamente, in modalità provvisoria anche per le diversità umane, ricovero e rifugio per gente invisibile ai più.
Le loro tracce sono appena percettibili, lo spazio vuoto si fa portatore di significati, seppure incerti, reali.
L’architettura costruita, destinata alle grandi masse scompare in questi luoghi, cede il posto all’incerto, al non definito, al vuoto cosmico che ha l’instabilità di un liquido amniotico e che pertanto può diventare tutto ciò che vuole diventare.
Text and picture by Marta Orlando.











