la tentazione di abitare

Lo spazio delle fasi

Nel suo saggio “ Lo spazio polarizzato”  Roberto Gambino definiva la città contemporanea, in Italia come in Europa, “una città frattale” nella quale “il territorio sembra essere connotato da un medesimo grado di frammentarietà, in cui è possibile riconoscere fenomeni di dispersione di cose e soggetti, di pratiche e di economie. La città frattale rappresenta l’esito di un progetto di città eterogenea e discontinua in molte sue parti, che affida la propria organizzazione, la riconoscibilità e la leggibilità della propria forma a un insieme ampio di strutture che fanno riferimento a prototipi diversi”.

Succede spesso che l’urbanizzazione diffusa sia il primo approccio al territorio e all’ambiente,  dichiaratamente non consapevole né lungimirante, e quando gli aggregati metropolitani si estendono senza sosta le superfici riservate all’agricoltura e alla conservazione della natura e del paesaggio si riducono progressivamente fino a divenire residuali.

L’espansione globale della metropoli infatti estende l’asfalto, ma lascia molti vuoti, le città post-industriali, da Torino a Detroit abbandonano al loro destino le fabbriche intorno a cui prima ruotavano , la privatizzazione delle città inoltre condanna al degrado tutto ciò su cui non si possa speculare, perché l’utilizzo pubblico degli spazi non è più contemplato dall’urbanistica.

Nelle principali aree metropolitane del Nord e del Centro Italia, la forma emergente è una sorta di reticolo con filamenti che assomigliano ai rizomi delle piante, che non derivano dai grandi centri urbani, ma hanno invece una natura endogena che si evolve in direzioni diverse.
In altre parole, si è passati da uno sviluppo metropolitano di tipo radiale a un modello di conurbazione estesa e policentrica, che coinvolge anche gli interstizi del sistema rurale attraversato da nuove reti infrastrutturali e da nuovi assi stradali di comunicazione.

Françoise Choay, nel suo ultimo saggio “Del destino della città” (Alinea, 2008) attribuisce proprio a questo “sistema di grandi reti standardizzate di infrastrutture” la responsabilità di avere “trasformato la nostra relazione ancestrale con lo spazio naturale come con lo spazio antropizzato”, permettendo in questo modo che « …il progetto umano dell’insediamento spaziale non sia più costretto ad inserirsi, integrarsi e collocarsi in un contesto locale, naturale o culturale; gli basta connettersi al sistema delle reti”.

La sapiente lettura morfologica della città contemporanea, serve a Françoise Choay per arrivare alla conclusione, nel suo interessante saggio, che “la tecnicizzazione e la strumentalizzazione dello spazio” nelle conurbazioni metropolitane europee, hanno portato all’esaurimento di ogni contrapposizione duale sui modelli di sviluppo delle nostre città e alla realizzazione “di uno spazio unico, ovverosia di un non-luogo”.

In altre parole, il progetto di città, anche se scaturito da una coerente visione di sviluppo, non realizza più l’Utopia urbana autentica di Morris e del suo movimento “culturalista”, ma viene addomesticato dalla disponibilità di uno spazio unico e indifferenziato, in gran parte estraneo agli stessi abitanti di quei luoghi metropolitani.

Le foto pubblicate rappresentano quello che succede nei vuoti urbani degradati, abbandonati,nei buchi della spugna, in piena assenza di destinazioni d’uso, e di presenza umana, questi vuoti fungono da ricovero notturno per gli invisibili.

Si avverte la traccia del loro  passaggio nei vestiti, nelle borse svuotate dai furti e lasciate lì a terra, nelle stagnole dove fumano il crack.

Senza queste lievi testimonianze non ci sarebbe ragione di credere che questo degrado sia in qualche modo abitato, vissuto per emergenza e per contingenza.

Text and picture by Marta Orlando

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